Due poesie di Elvira Federici

Dall’alto è tutto un gracidare
Di rose bianche e bignonie
Un letto di delizie
Il pergolato dall’alto un verde
Di buio e d’oro, dall’alto il pruno
Con le sue selvatichezze in forma di ciliegie
Dall’alto le ambulanze come vergini folli
Il singhiozzo che si perde sul viadotto
Dall’alto il melograno ancora intrappolato
Nell’inverno e il ceraso un po’ avaro
Dall’alto tutti i secoli dell’olivo
Mettono foglie bianche e tenerelle
Dall’alto i cani si rincorrono a voce
Dall’alto più vicina a quell’ombra
Che fa il sole

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Io sono la capanna che ti accoglie
Nel fresco della giornata che si chiude
Sono erbe e muschi e paglia, il tetto
Fradicio dello spiovere primaverile
E siedi sul treppiede del pastore sono
L’albero della cuccagna che infrondisce di doni
Ma l’albero cresce e il tetto della capanna s’innalza
Fino al cielo e intercetta le nuvole,
A piedi scalzi percorro il mio confine
La pelle margine del fuori cui mi affaccio

(Pubblicata su Repubblica il 24/08/2019)

Scritte un po’ di tempo fa, hanno entrambe a che fare con un dentro-fuori indecidibile, che si fa carico della nostra, in questo momento tragica,  ibridazione con il mondo.

Elvira Federici

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